Replicanti, androidi e robot. Gli archetipi nel mito

Come spesso accade, traggo ispirazione per i miei articoli da canzoni, poesie, episodi vissuti e film. Oggi tocca proprio a uno di quest’ultima categoria, un film che mi ha suggerito un approfondimento sul mito e l’iconografia degli archetipi di androidi e robot nel mondo classico.

Iniziamo!

 

Classe 1983. Ebbene sì, sono nata negli anni ’80, figlia di una generazione che ha visto sul grande schermo film diventati leggenda. Uno di questi è senza dubbio Blade Runner!

Pellicola straordinaria del 1982, un noir contemporaneo, diretto da Ridley Scott e interpretato da Harrison Ford, Rutger Hauer, Sean Young e Daryl Hannah.

La trama si basa essenzialmente (se vuoi approfondirla, non lo faccio qui perché odio chi spoilera, clicca qui) sulla creazione di androidi, i “replicanti”, per i lavori difficili e pericolosi e il cui aspetto, sensazioni e ricordi sono identici a quelli degli essere umani. La differenza è che i replicanti hanno una durata di quattro anni e la loro presenza sulla terra è illegale, tanto che devono essere identificati e catturati dai Blade Runner.

Ma quali sono gli archetipi mitici degli androidi e dei robot nella letteratura antica?

androidi e robot, gli archetipi nel mito

In letteratura vi sono diversi esempi di androidi e robot che fanno intuire sia la grande fantasia che la visione futuristica degli scrittori. Analizziamo insieme questi miti e approfondiamo, anche grazie all’iconografia greca e romana, tutti gli aspetti e i temi trattati…

1. Pigmalione e Galatea

Pigmalione, re di Cipro, era follemente innamorato di una statua di avorio con le sembianze di una splendida donna che egli stesso aveva scolpito.

Impossibilitato a consumare il suo amore, pregò Afrodite affinché gli concedesse una donna fisicamente simile alla statua. Tornato a casa, alla fine delle feste dedicate alla dea, scoprì che la sua opera aveva preso vita!

LA DEA GLI CONCESSE DI VIVERE A PIENO LA SUA PASSIONE NON CON UN’ALTRA DONNA SIMILE, MA COL SUO AMORE VERO…
Louis Jean François Lagrenée. Pigmalione e Galatea (1781). Foto da commons.wikimedia.org

Il re sposò la donna, il cui nome assegnato dalle fonti tarde fu Galatea, e i due ebbero una figlia, Pafo.

Le fonti letterarie sono Ovidio, Clemente Alessandrino e  Arnobio.

Ho già trattato il mito nell’approfondimento Pigmalione, I Was Made For Lovin’ You! In esso potrai leggere i passi degli autori citati e l’interpretazione data al mito. La trasposizione figurativa del mito non è riscontrata nell’arte greca, mentre in quella romana sono presenti solo due gemme, una in corniola e una in calcedonio, ricordate nell’Archivio Beazley, di cui purtroppo non si forniscono le foto. Meravigliosi sono, invece, le trasposizioni figurative settecentesche!

2. CADMO e I DENTI DI DRAGO

Cadmo era fratello d’Europa, la celebre giovane rapita da Zeus, e partecipò alla spedizione per il suo ritrovamento insieme agli altri fratelli e alla madre, Telefassa. Le ricerche non ebbero i frutti sperati, ognuno si trasferì in paesi diversi e Cadmo e la madre giunsero così in Tracia. Morta la madre, Cadmo interrò l’oracolo di Delfi, che gli disse di interrompere le ricerche della sorella e di fondare una città nel luogo in cui una vacca, che avrebbe dovuto seguire, fosse caduta al suolo per la fatica. Nella Focide ne vide una particolare con un macchia bianca circolare come la luna su entrambi i fianchi e la seguì fin quando essa non stramazzò al suolo: l’oracolo era compiuto, era giunto in Beozia, “paese della vacca”!

Decise, quindi, di sacrificare l’animale ad Atena e mandò alcuni suoi uomini a prendere dell’acqua alla vicina fonte, “la sorgente di Ares”, purtroppo custodita da un terribile drago. L’animale, figlio del dio della guerra, fece strage dei compagni di Cadmo, ma fu poi sconfitto dall’eroe armato solo di una grossa pietra.

E gli androidi in tutto ciò? Eccoli!

Atena gli ordinò di seppellire i denti del drago e da lì la terra generò guerrieri minacciosi e armati, gli Sparti (“i seminati”). Era impossibile sconfiggerli e così Cadmo escogitò un piano alla divide et impera: lanciò loro sassi. Nessuno dei colpiti pensasse ci fosse qualcuno nascosto a lanciarli e, pensando di essere colpiti dai propri compagni, combatterono tra di loro all’ultimo sangue. Ne sopravvissero solo cinque, i capostipiti di Tebe (Echione, Udeo, Ctonio, Iperenore, Peloro). Dopo otto anni di schiavitù al servizio di Ares, come espiazione per averne ucciso il drago, Cadmo divenne re della Beozia, fondò Cadmea (la cittadella di Tebe) e gli fu concessa da Zeus la figlia di Ares e Afrodite, la dea Armonia.

Nella produzione vascolare attica, il mito è raffigurato con lo stesso schema iconografico: Cadmo con hydria (tipico vaso per trasportare e versare l’acqua) e armato di sasso, spada e lance (non necessariamente insieme), il serpente/drago e una fanciulla seduta su roccia, da identificare probabilmente come la ninfa della mitica fonte. Spesso compaiono anche Atena o altre divinità. Vediamo qualche esempio:

Cratere a calice, ARV(2) 1580, Pittore di Spreckless (450 a.C. ca.). New York, Metropolitan Museum, inv. 07.286.66. Foto da metmuseum.org
Hydria, ARV(2) 1187.33 (450-400 a.C.). Berlino, Antikensammlung, inv. F2634. Foto da Archivio Beazley.

Sulla ceramica attica non è presente l’episodio della semina dei denti del drago, scena che invece ritroviamo nella glittica di età romana:

Corniola, Prendeville, J.: Explanatory catalogue of the proof-impressions of the antique gems possessed by the late Prince Poniatowski and now in the possession of John Tyrrell, Esq. (1841): 546. Foto da Archivio Beazley.
Ametista, Platz-Horster, Calandrelli, P.32. Foto da Archivio Beazley.
3.- 4. Efesto, i tripodi e le fanciulle dorate

Un episodio interessante nell’Iliade è la visita di Teti a Efesto (18, 369 ss.):

E Teti piedi d’argento giunse alla casa d’Efesto,

stellata, indistruttibile, distinta fra gli immortali,

bronzea, che da se stesso aveva fatto lo Zoppo.

E lo trovò sudante, che girava tra i mantici,

indaffarato; venti tripodi in una volta faceva,

da collocare intorno alle pareti della sala ben costruita;

ruote d’oro poneva sotto ciascun piedistallo,

perché da soli entrassero nell’assemblea divina,

e poi tornassero a casa, meraviglia a vedersi.

[…]

Pose i mantici fuori dal fuoco, e tutti gli attrezzi

con cui lavorava raccolse nella cassa d’argento;

con una spugna si asciugò il viso e le mani

e il collo robusto e il petto peloso,

vestì la tunica, prese il suo grosso bastone e venne fuori

zoppicando; due ancelle si affaticavano a sostenere il signore,

auree, simili a fanciulle vive;

avevano mente nel petto e avevano voce

e forza, sapevano l’opere per dono dei numi immortali

         [Hom. Il. 369-377; 412-420. Trad. it. R. Calzecchi Onesti]

Analizziamo insieme queste creazioni: Efesto possedeva dei piccoli tavolini a tre gambe e con ruote, completamente automatizzati, in grado di spostarsi da soli per servire i convitati e ritornare in casa una volta finito il servizio. Egli, inoltre, aveva progettato e costruito due ancelle in oro, del tutto simili a fanciulle vive, dotate di intelletto, voce e incredibile forza e abili nei lavori manuali. I primi erano piccoli robot, le seconde veri e propri androidi… Che ingegnosità, non trovate?!?

Purtroppo non esistono esempi nella tradizione iconografica classica di queste creazioni…

e pandora?

Molti affermano che Pandora rientri tra le “umanoidi” create da Efesto. Umanoide sì, ma non prototipo di un androide: essa, infatti, fu creata dalla terra e con la terra e ricevette da ognuna delle divinità una qualche abilità o dote particolare. In essa, quindi, non vi è traccia diciamo così “di bulloni o ingranaggi”, ecco perché non l’ho inserita nell’elenco degli archetipi degli androidi! E poi, considerando il macello che ha fatto… meglio tenerci alla larga, non si sa mai! 🙂

5. Il Gigante TALOS

Talos è opera della maestria di Efesto o di Dedalo: creato per vigilare su Creta, era un instancabile gigante di bronzo che ogni giorno faceva il giro dell’isola a piedi per impedire agli abitanti di fuggire e agli stranieri di entrare. Le sue “armi” erano dei grossi massi, che riusciva a lanciare anche a lunga distanza, e la capacità di portare il corpo a temperature elevatissime e stringere a sé i malcapitati, donando loro una morte atroce. Unico punto vulnerabile del suo metallico corpo era un vena nella parte inferiore della gamba.

Secondo voi chi poteva sconfiggerlo se non un grande e virile uomo, eroe e liberatore? E invece no, fu una donna… e che donna!

Il gigante morì per mano di Medea: la nostra eroina riuscì a sconfigge il gigante gettandogli il malocchio, grazie alla sua conoscenza dei riti magici: ella, infatti, perfettamente in grado di controllare e incanalare le forze del male e il suo odio, evocando e materializzando immagini di morte, lo portò alla disperazione e fu in grado di recidere la vena!

Ma cosa uscì al posto del sangue? Un fluido scuro, oleoso e maleodorante. Non vi ricorda forse l’olio degli ingranaggi di un robot? Mitica Medea!

Nell’iconografia antica il gigante è sempre rappresentato nell’istante della morte, alla presenza immancabile di Medea.

Cratere a volute, ARV(2) 1338.1, Pittore di Talos (Fine V sec. a.C.). Ruvo, Museo Jatta, inv. 1501. Foto da musei.puglia.beniculturali.it
6. Dedalo e le statue viventi

Gli episodi più famosi di Dedalo senza dubbio sono la creazione di una vacca in legno con la quale la regina Pasifae, moglie di Minosse, riuscì ad accoppiarsi con un toro (de gustibus…) e generare così il Minotauro, la costruzione del famoso labirinto di Creta e la fuga dall’isola, nella quale morì il figlio Icaro. Poco conosciute sono, invece, la sua invidia e gelosia per la bravura artistica e i successi del suo allievo e nipote Talos, sentimenti talmente forti che lo portarono a uccidere il ragazzo, e la capacità di dar vita alle statue. Concentriamoci su questo!

Secondo Callistrato e Omero, Dedalo era capace di creare sculture semoventi e di imprimere nell’oro sensazioni umane, come dimostra il gruppo danzante in movimento donato ad Arianna.

Anche in questo caso, purtroppo, l’iconografia antica non presenta tracce di questo mito. Dedalo, infatti, è rappresentato con Pasifae o nel famoso volo con Icaro.

 

***

Androidi umanoidi e umani robotizzati. Forse è questo il futuro che ci attende e che già ha messo radici nel presente. Il film Blade Runner, come il mito, è probabilmente un invito a riflettere sulla nostra condizione per riscoprire la nostra umanità e sentimenti quali empatia, filantropia, amicizia, compassione e perdono.

Celebre, in tal senso, è il monologo del replicante Roy Batty, interpretato da Rutger Hauer [Versione in italiano: Blade Runner. Monologo finale; Versione inglese, per apprezzarne appieno l’intensità emotiva: Tears in Rain]:

Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:
navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,
e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
come lacrime nella pioggia.
È tempo di morire.

Parole di un androide, piene di umanità e straziante comprensione della propria esistenza e dell’inevitabile sorte che accomuna essere creati in laboratorio e umani. Dopotutto, è la ricerca di una vita migliore che spinge tutti gli esseri lungo il cammino dell’esistenza…

Come forse avrai intuito, questo post è dedicato alla memoria di Rutger Hauer, protagonista di film che hanno fatto la storia del cinema e uno dei miti indiscussi della mia generazione…

A.R.

 

***

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