Ceramiche fini da mensa

Le ceramiche fini da mensa di età romana si dividono in:

 

1. Ceramica “campana” a vernice nera

 

  • Produzioni a vernice nera anteriori al 200 a.C.
  • Produzioni a vernice nera dopo il 200 a.C.

 

2. Terra sigillata

 

3. Ceramica a pareti sottili

 

4. Ceramica invetriata

 

Approfondiamo insieme…

1.
Ceramica “campana” a vernice nera

È un vasellame prodotto in ambiente italico su imitazione della ceramica a vernice nera attica: ampiamente commercializzata nel Mediterraneo (soprattutto in Spagna, ma anche nella Magna Grecia e nella Sicilia e sulle coste settentrionali dell’Africa) nel corso del IV e III secolo a.C.: si tratta di una produzione di buona qualità, realizzata con una argilla rossa molto depurata (la stessa usata per la produzione dei vasi attici a figure nere e a figure rosse).

Precisazioni importanti:

L’espressione “ceramica campana” è correntemente utilizzata per indicare un gruppo di produzioni a vernice nera diffuse tra IV e I secolo a.C. in tutto il bacino occidentale del Mediterraneo. L’espressione è convenzionale, in quanto ceramica a vernice nera fu prodotta, con caratteristiche che variano da sito a sito, non solo in Campania [Napoli e Pozzuoli (campana A,B,C)], ma anche nel Lazio, Roma, in Etruria [Arezzo, Volterra, Adria (?)], in Puglia, in Sicilia e così via. Produzioni minori anche in Italia settentrionale.

 

Vernice

Distribuita a pennello, è molto lucida, compatta e oleosa al tatto; non presenta generalmente una decorazione dipinta e le forme sono complesse, spesso di ispirazione toreutica.

 

Colorazione

La colorazione della ceramica “campana a vernice nera” è ottenuta mediante l’immersione del manufatto in argilla ben depurata e diluita e la successiva cottura in ambiente ad atmosfera prima ossidante e poi riducente.

 

Forme

Quelle tipiche sono piatti, coppe, ciotole, brocche, bottiglie, bicchieri, ecc.

La cronologia va dalla metà IV sec. a.C. alla metà I secolo a.C. (con attardamenti fino agli inizi del I secolo d.C. in Italia settentrionale).

 

Produzioni a vernice nera anteriori al 200 a.C.
  • Ceramica di Gnathia (360-260 a.C.)
    • Area di produzione: Puglia
    • Diffusione: bacino del Mediterraneo (oltre che in Puglia, ne abbiamo esemplari nel Lazio, in Corsica, in Spagna, in Africa settentrionale) ma in un numero di esemplari piuttosto esiguo.
    • Forme: soprattutto forme chiuse e profonde, spesso di tipo locale
    • Caratteristiche: fattura accurata
    • Decorazione: sovraddipinture in bianco, giallo e rosso, che riproducono spesso semplici motivi vegetali, ma che nei migliori esemplari si spinge alla riproduzione di scene graziose spesso allusive alle tematiche dionisiache.

 

ceramica GnathiaGruppo di Knudsen (330-300 a.C.). Foto da Progetto Cultura Intesa San Paolo.

 

  • Produzioni in Campania:
a) produzione di Capua (350-250 a.C.)
  • Poco diffusa al di fuori della Campania.
  • Caratterizzata dall’uso di una vernice di un nero profondo dai riflessi talora verdastri e dai fondi esterni riservati e ricoperti da una ingubbiatura rosata applicata a pennello.
  • presenta una decorazione piuttosto fantasiosa ed esuberante, realizzata a impressione, che ripete alcuni motivi caratteristici (gorgoneia, meandri, archi di cerchio, ecc.).

 

b) produzione di Teano (fine IV secolo–268 a.C.), con diffusione regionale.
  • Si tratta soprattutto di forme aperte realizzate in argilla giallastra e ricoperte da vernice di un nero profondo con riflessi metallici.
  • I fondi sono ricoperti da una ingubbiatura rosata e la decorazione è realizzata a impressione e presenta talvolta particolari sovraddipinti in bianco.
  • L’aspetto forse più caratteristico di questa produzione, poco diffusa al di fuori della Campania, risiede nella presenza di firme di vasai graffite in lingua osca, particolare che ci consente di datarla anteriormente alla deduzione della colonia latina.

 

c) produzione di Cales, oggi Calvi Risorta (seconda metà del IV secolo–180 a.C. circa)
  • Ispirata alle produzioni etrusche
  • Ispirata al vasellame metallico sia nelle forme che nell’utilizzo di una vernice nero-bluastra con riflessi argentati.
  • La decorazione, realizzata ad impressione con motivi complessi, è di derivazione metallica.
  • Tra le forme più caratteristiche vi sono i gutti, spesso decorati con particolari medaglioni a rilievo, e le patere ombelicate, che sembrano legate a specifiche esigenze cultuali del mondo etrusco: si è pensato a una produzione avviata in Campania da maestranze etrusche e destinata prevalentemente al mercato dell’Etruria.
  • Testimonianza importante perché presentano le firme di vasai, che ci conservano sia il luogo di produzione (la città, ma talvolta anche il quartiere) sia il nome e la posizione sociale del vasaio stesso.

 

d) Atelier des petites Estampilles (310-270/265 a.C.)
  • Area di produzione: Lazio e Roma
  • Diffusione: i vasi sono particolarmente diffusi in Italia centrale, Corsica, Sardegna, Sicilia occidentale, coste settentrionali dell’Africa
  • Forme: coppette, patera con orlo svasato e brocca
  • Caratteristiche:
    • il nome si deve dalla presenza di una decorazione realizzata tramite piccole stampiglie di diverso tipo (motivi vegetali, piccoli animali, testine umane, lettere, ecc.).
    • È una produzione piuttosto raffinata, dall’alto livello di standardizzazione, realizzata con un’argilla a pasta nocciola con sfumature rossastre
    • La vernice, data a immersione, è spessa, nerissima e lucida, oleosa al tatto.
    • Le principali tipologie di stampigli impressi sui vasi dell’Atelier sono:

 

stampigli 1

 

stampigli 2

 

 

stampigli 3

 

  • Alle medesime officine va attribuita anche la produzione dei pocola deorum, soprattutto piatti (ma sono attestate anche alcune forme chiuse) caratterizzati da decorazioni sovraddipinte in bianco e altri colori (in qualche modo ricollegabili alle decorazioni dei vasi di Gnathia) con iscrizioni che riportano il nome di varie divinità del pantheon laziale al genitivo seguite dall’espressione pocolom (= vaso, contenitore). Tali manufatti devono aver avuto una funzione cultuale e/o funeraria; si è supposto che potessero essere una sorta di souvenirs da acquistare dopo la visita a uno o più santuari.

 

  • Produzioni in Etruria (fine IV–inizi III secolo a.C.)
    • produzione di Volterra
      • Area di produzione: Etruria (Volterra)
        • Caratteristiche:
          • i prodotti sono caratterizzati da grande qualità e raffinatezza
          • l’argilla utilizzata è chiara e ben depurata
          • la vernice è sempre nero-profondo, lucidissima, talvolta con riflessi metallici.
      • Diffusione: Italia e bacino del Mediterraneo
      • Forme: sia aperte che chiuse e di ispirazione toreutica
      • Decorazione: la più importante di queste produzioni è il tipo Volterrana D (alla cui officina va riportata la produzione di Malacena), che presenta decorazioni sovradipinte o a rilievo.
    • produzione di Malacena
    • produzione delle anses en oreilles
      • chiamata così per via delle caratteristiche anse a orecchiette presenti in molti dei prodotti
      • attribuibile con probabilità a officine della zona di Bolsena attive nel II secolo a.C., che tengono comunque anch’esse presente l’esempio delle officine volterrane.

 

 

Produzioni a vernice nera posteriori al 200 a.C.

Intorno al 200 a.C. assistiamo ad una vera e propria spaccatura, che interessa i sistemi produttivi, le caratteristiche tecniche, la diffusione commerciale, e che consente di delineare un’evoluzione della produzione ceramica in Italia.

Tra la fine del III e gli inizi del II sec. a.C. infatti, si assiste alla fine di alcune produzioni, localizzabili nel Lazio, in Etruria e in Campania, di impronta fortemente artigianale, i cui aspetti peculiari erano la limitata diffusione al di fuori dell’area di origine, le caratteristiche tecniche e decorative piuttosto accurate, le forme tipologicamente eterogenee (con una coesistenza di forme aperte e chiuse o semichiuse), ispirate a tradizioni diverse e spesso di imitazione metallica.

Il ruolo degli artigiani responsabili di queste produzioni è testimoniato dalla presenza (non massiccia, ma comunque interessante) di bolli o di firme di vasai graffite o dipinte prima della cottura.

Tutti questi prodotti vengono quasi improvvisamente e in modo massiccio sostituiti sui grandi mercati dai tre gruppi più cospicui all’interno della classe della vernice nera, cioè la Campana A, la Campana B (e altre apparentate, le cosiddette produzioni B-oidi) e la Campana C.

 

  • Campana A (II-I secolo a.C.)
    • Area di produzione: Campania. Ischia, sfruttando l’ottima argilla a pasta rossa presente sull’isola, e Napoli
    • Diffusione: Italia e Mediterraneo occidentale
    • Forme: realizzate tutte al tornio, ma non rifinite. Prevalentemente aperte(facilmente impeccabili per il trasporto) e standardizzate, destinate a un consumo di massa e a una intensa commercializzazione, che sfruttava i carichi di derrate alimentari che partivano da Pozzuoli
    • Caratteristiche: vernice nera, spessa e lucidissima, veniva data ad immersione; vernice rossa
    • Decorazione: è rara, ma se presente, mostra solo due motivi caratteristici (quattro palmette o foglie disposte a croce circondate da un cerchio di striature, oppure una rosetta centrale senza altri elementi)
    • Mai presenti bolli o firme

 

  • Campana B (II secolo a.C.)
    • Area di produzione: Etruria (ateliers di Volterra, Bolsena, Arezzo)
    • Diffusione: Italia e bacino del Mediterraneo
    • Forme: standardizzate e poco numerose, ma più raffinate rispetto alla Campana A, e di ispirazione toreutica
    • Caratteristiche: nata come evoluzione dei gruppi Malacena e delle anses en oreilles, presenta molte caratteristiche in comune con la Campana A, ma si distingue per l’utilizzo di una argilla molto depurata, calcarea (con presenza di calcite come degrassante) e di colore chiaro, e per una vernice nero-bluastra con riflessi metallici
    • Decorazione: semplice e poco varia
    • Alla Campana B vanno accostate altre produzioni, dette produzioni B-oidi o apparentate, localizzate probabilmente in Campania e caratterizzate da decorazioni realizzate con timbri a losanga. Tra queste spicca la ceramica prodotta ad Arezzo (II secolo-50 a.C.), di ottima qualità e largamente esportata.

 

  • Campana C (150-50 a.C.)
    • Area di produzione: Sicilia orientale (Siracusa?)
    • Diffusione: Italia e bacino del Mediterraneo (soprattutto Spagna e coste settentrionali dell’Africa)
    • Forme: poca varietà
    • Caratteristiche: qualità scadente

 

2.
Terra sigillata

Con il termine terra sigillata viene indicata una classe di ceramica fine da mensa rivestita da una vernice rossa brillante, prodotta dalla tarda età repubblicana alla tarda età imperiale in tutto il mondo romano.

Questa formula fu coniata nei secoli passati dagli eruditi italiani per definire gli esemplari di vasi che, sin dal Medioevo, venivano alla luce soprattutto ad Arezzo e che presentavano una decorazione a rilievo: infatti il termine latino sigillatus significa “sbalzato”, “ornato da figure a rilievo” (da sigillum, “piccola figura”). L’espressione terra sigillata si è conservata nel linguaggio archeologico moderno per indicare tanto i vasi decorati che quelli lisci realizzati nella tecnica della vernice rossa.

La terra sigillata fu prodotta, con caratteristiche proprie, in tutto l’impero. Si distingue così la sigillata italica (Arezzo, Pisa, la Val di Chiana, Siena, Ostia, Pozzuoli e Cales) da quella gallica, ispanica, africana e orientale. Solo la presenza di un bollo riferibile a una determinata officina o le analisi mineralogiche dell’argilla consentono di attribuire con esattezza un reperto di questa classe ceramica ad una determinata area di produzione. Oggi i bolli sono tutti ordinati e raggruppati nel Corpus Vasorum Arretinorum (CVArr).

Sigillata forme

Le caratteristiche tecniche sono:
  • Argilla molto fine, di tipo calcareo
  • Vasi modellati al tornio
    • eventualmente con l’ausilio di sagome che consentivano al vasaio di ripetere in maniera veloce e precisa un determinato profilo.
    • Per i vasi decorati era invece necessario eseguire prima una matrice. La matrice era una sorta di vaso preliminare, che veniva tornito nella forma che si voleva conferire al prodotto definitivo. Sulle pareti interne del vaso-matrice si imprimevano i motivi decorativi voluti a negativo, mediante punzoni. Questi ultimi erano costituiti da figurine modellate in argilla, con un’appendice posteriore che consentiva di applicarle a un manico.

matrice terra sigillata

Matrice per coppa in terra sigillata. Foto da archeotoscana.wordpress.com

All’interno della matrice si applicava quindi uno strato sottile di argilla; grazie alla rotazione del tornio, l’argilla aderiva perfettamente alle parete, riempiendo gli incavi lasciati dai punzoni. Successivamente si tirava l’orlo al di sopra della matrice e lo si modellava nelle varie fogge. Dopo aver staccato il positivo dalla matrice, gli si attaccavano il piede e le anse, modellati a parte. Fatto essiccare, il vaso veniva verniciato e quindi passato nel forno.

Un altro tipo di decorazione era l’applique à la barbotine: da una lastra d’argilla si ricavavano a stampo più elementi decorativi identici, ottenuti imprimendovi più volte un punzone. Successivamente i singoli elementi decorativi venivano applicati prima della cottura sulle parete di vasi lisci e incollati mediante argilla liquida (detta barbotine).

  • Verniciatura per immersione in una soluzione di argilla molto depurata e ricca di ferro
  • Cottura in ambiente ossidante (da ciò deriva il colore rosso brillante della vernice): ciò si otteneva impilando i vasi all’interno di un forno “a irradiamento”, in cui i gas di combustione venivano incanalati in appositi condotti di terracotta e smaltiti all’esterno.
    I vasi cuocevano così attraverso il calore che irradiava dalle condutture, senza venire a contatto diretto con il fuoco. L’immissione continua di ossigeno e l’assenza di contatto tra l’argilla e i gas di combustione determinava la formazione di ossido ferrico: ciò consentiva alla vernice di vetrificare assumendo l’aspetto di una pellicola impermeabile, coprente, di un colore rosso brillante.

forno irraggiamento 2

Forno “a irradiamento”. Foto da ceramica_in_Archeologia del Gruppo Archeologico Romano

forni sigillata ricostruzioneRicostruzione di un forno “a irradiamento”. Foto da archeologia.uipd.it

 

Terra sigillata italica

In Italia la terra sigillata si sostituisce alla vernice nera, come ceramica fine da mensa, intorno alla metà del I sec. a.C. Il passaggio sembra essere stato graduale: alcune botteghe, soprattutto in Etruria (Arezzo e Tarquinia), producono, negli anni 70/60 a.C., una ceramica fine che continua le forme e la decorazione della vernice nera locale, ma rivestita di una vernice rossa, dal colore ancora irregolare (spesso tendente al bruno) e poco brillante. Questa produzione di transizione viene definita presigillata.

Un’origine orientale si suppone per la produzione decorata: sin dal III sec. a.C. si produce infatti, ad Atene e nell’oriente ellenistico, un tipo di coppe dalla superficie brillante, decorate a rilievo con motivi vegetali ottenuti mediante matrice (ceramica megarese). A partire dagli inizi del II sec. a.C. esso determina la nascita di un’analoga produzione nell’Italia centrale (ceramica italo-megarese) che può essere considerata un immediato precedente della sigillata italica. Probabilmente proprio dall’area egeo-orientale giunsero in Italia i primi artigiani capaci di realizzare le matrici.

La produzione della sigillata italica si estende fino alla metà del II sec. d.C., ma il momento di maggior splendore è compreso tra gli anni Trenta del I sec. a.C. e gli anni Trenta del I d.C. (età augusteo-tiberiana).

  • I centri di produzione sono: Pozzuoli, Bologna, Padova, Cremona, Arezzo e le sue succursali (Pisa e Lione).

Il centro in cui la produzione con i più alti livelli qualitativi è Arezzo, dove erano attive, nel periodo di massima espansione della produzione (15 a.C.-30 d.C.), circa 90 officine. La produzione veniva largamente esportata in tutto il bacino del Mediterraneo, in Gallia,  in Africa settentrionale, in Asia Minore e in Britannia.

I vasi aretini sono per lo più vasi da mensa. Tra le forme non decorate predominano: piatti, spesso dal diametro molto ampio, lisci o decorati ad appliques, tazze e brocche. Le forme decorate, di ispirazione toreutica, consistono per lo più in vasi potori: tazze senza anse, carenate o emisferiche; coppe tipo kantharoi, con anse verticali o tipo skyphoi, con anse orizzontali; bicchieri; calici.

Il repertorio decorativo è vario. Accanto ai motivi vegetali o puramente ornamentali compaiono anche temi figurativi, che talvolta compongono delle vere e proprie scene narrative di ispirazione classica o di derivazione ellenistica: soggetti dionisiaci (satiri, menadi, danzatori); cicli mitologici (fatiche di Ercole; episodi dei poemi omerici; combattimenti tra Greci e Amazzoni e tra Greci e Centauri); scene del circo; gruppi erotici.

La produzione aretina si esaurisce intorno al 40 d.C.

  • I bolli attestano i nomi o le sigle degli officiatores, i responsabili della produzione. Sono per lo più cognomina di schiavi o di liberti, testimonianza di un’organizzazione complessa del lavoro, preceduti dal gentilicium del proprietario dell’officina. Queste informazioni erano inseriti entro un cartiglio a forma rettangolare e, dopo il 15 d.C, a forma di piede umano (in planta pedis). Tra gli schiavi che bollano i vasi, solo un numero molto ristretto “firmava” i vasi decorati: evidentemente questi ultimi costituivano una forza lavoro ad alta specializzazione (e ad alto costo). La maggior parte dei nomi di schiavi attestati dai bolli hanno forma grecanica, il che avvalorerebbe l’ipotesi di una provenienza dall’Egeo orientale delle maestranze più qualificate.

in planta pedis

Bollo in planta pedis. Foto da sitbiella.it

Fase tardo-italica

Dopo il 30 d.C. le esportazioni di sigillata italica verso l’Europa settentrionale conoscono una brusca contrazione, ma la produzione in Italia continua ad essere prodotta per tutto il I sec. d.C e fino all’età antonina. Questa fase finale della sigillata italica viene denominata tardo-italica. La principale area di produzione rimane l’Etruria, ma è testimoniata l’esistenza di diverse officine locali nel Lazio, in Umbria e in Campania.

La distribuzione della sigillata tardo-italica interessa le aree costiere del Mediterraneo occidentale (Tunisia, Algeria, Tripolitana), le regioni costiere dell’Italia tirrenica ma è scarsamente attestata nell’interno: ciò indica che la sua commercializzazione non avveniva più per via terrestre o fluviale, ma esclusivamente per via marittima.

I bolli sono per lo più in planta pedis, ma si afferma anche il bollo semilunato. Non compaiono più nomi di schiavi, ma di liberti.

Si distinguono due diversi sviluppi per la produzione liscia e per quella decorata.

I vasi lisci:

  • bolli riferibili a ceramisti tardo-italici
  • cronologia: 50/60 d.C.-I secolo d.C.
  • decorazione: ad appliques o à la barbotine
  • forme: semplici, si privilegiano il piatto e la coppa emisferica.

I vasi decorati a matrice:

  • ripresa intorno al 80 d.C.
  • forme: quasi esclusivamente coppe, carenate o emisferiche, con una forte tendenza alla standardizzazione.
  • vernice di qualità inferiore, più scura, meno uniforme e più facile a sfaldarsi.
  • i punzoni riprendono il repertorio dell’aretina classica. La resa però è più scadente: spesso la figura è percepibile solo come una sagoma, senza definizione dei dettagli interni.

La produzione della sigillata tardo-italica cessa agli inizi del II sec. secolo d.C., soppiantata da quella africana.

3. 
Ceramica a parete sottili

ceramica pareti sottili

Foto da archeoadria.eu

Secondo la definizione di N. Lamboglia, questa classe presenta due caratteristiche:

  • l’estrema sottigliezza delle pareti, il cui spessore oscilla tra i 0.5 mm e i 5 mm, con una media di circa 2 mm negli esemplari migliori. Una parete particolarmente sottile è quella a “guscio d’uovo”, limitata quasi esclusivamente alla coppe carenate tipo Mayet XXXIV di produzione spagnola
  • si tratta essenzialmente di vasi potori (bicchieri, tazze, coppe e urnette) e alcune forme chiuse,assai rare, destinate a conservare o a versare liquidi.

Tale definizione non risulta soddisfacente gli esemplari delle ultime fasi della produzione sono frequentemente caratterizzati dall’aumento dello spessore delle pareti e da altre caratteristiche tecniche, quali l’uso di una argilla poco depurata o il trattamento poco curato delle superfici, che talvolta generano una confusione con analoghe produzioni in ceramica comune.

Si tratta quindi di una definizione in qualche modo convenzionale.

L’argilla è color nocciola, arancio, rossastra, ben depurata, con frattura netta, suono metallico.

I vasi a pareti sottili vengono prodotti dapprima in Italia e successivamente in diversi ambiti provinciali in un periodo compreso tra il II sec. a.C. e il III d.C.

La produzione migliore è tra la seconda metà del II secolo a.C. e la prima metà del I secolo d.C. e dopo questo periodo si assiste a una crisi produttiva, caratterizzata da un notevole scadimento qualitativo e da un impoverimento delle forme e delle decorazioni, a favore della più economica produzione in vetro soffiato.

Le prime forme di ceramica a pareti sottili prodotte sono bicchieri di forma cilindrica od ovoidale (Marabini I-IV):

  • di una altezza compresa tra i 10.5 e i 15 cm
  • dalle pareti molto sottili (1/2 mm di spessore circa) e sonore
  • realizzati in una argilla ben depurata e ben cotta, di un colore che varia dal rosso mattone al grigiastro
  • generalmente privi di ingubbiatura
  • la decorazione, ove presente, è realizzata à la barbotine e presenta motivi  semplici (piccoli festoni formati da file di punti o corde e spine oblique disposte disordinatamente sul corpo del vaso).
  • La zona di produzione è un’area compresa tra la Toscana meridionale e il Lazio settentrionale.

I primi esemplari di vasi a pareti sottili risultano ben presto largamente esportati in buona parte del bacino del Mediterraneo.

La produzione di questa prima fase resta sostanzialmente stabile nelle forme e nei motivi decorativi almeno fino alla metà del I sec. a.C., ma in età augustea si sviluppano in Italia diversi centri produttivi, distanti e indipendenti tra di loro, che danno vita a una profonda modificazione di forme e decorazioni.

Le caratteristiche sono:

  • imitazione del vasellame metallico di produzione ellenistica: si prediligono forme basse e aperte, quali skyphoi, kantharoi o piccole coppe apode (Marabini XXXVI), oppure bicchieri a parete verticale od obliqua con piede anulare che sono talvolta dotati di anse scanalate (di chiara ispirazione toreutica)
  • la superficie interna o esterna dei vasi comincia a essere ricoperta da una ingubbiatura colorata che ha il duplice scopo di renderli più rifiniti e maggiormente impermeabili
  • nella decorazione, accanto ai motivi realizzati con la tecnica à la barbotine, si assiste all’introduzione di altre tecniche come:
    • la sabbiatura (veniva spruzzata sabbia sul vaso ancora fresco, sia all’esterno che all’interno).
    • la rotellatura (fasce realizzate a rotella sul vaso ancora fresco, soprattutto sotto gli orli e sul corpo)
    • le incisioni a mano libera (elementi geometrici o vegetali stilizzati)
    • le depressioni

Le nuove officine che sorgono in diverse aree:

  • Italia settentrionale (importante centro produttivo è Aquileia)
    • coppe carenate e bicchieri ovoidi decorati à la barbotine, con una argilla grigiastra che dà alla produzione il nome di terra nigra
  • Italia centrale (officine di Chiusi, Sutri e Torrita di Siena)
    • tazze larghe e poco profonde e bicchieri larghi con ansa verticale, realizzati in una argilla chiara e ben depurata, provvisti di una sottile ingubbiatura e decorati à la barbotine con motivi a foglie d’acqua e perle
  • Sicilia (Siracusa)
  • Campania

In età augustea sorgono officine provinciali in Gallia, nella Penisola Iberica, in Britannia e nella zona renana, che all’inizio si limiteranno a imitare i vasi italici, ma che presto svilupperanno tendenze originali nelle forme e nelle decorazioni.

A partire dalla seconda metà del I sec. d.C. la produzione in Italia appare ormai assolutamente standardizzata, con un restringimento a due o tre forme e una decorazione estremamente sommaria.

Nel II sec. d.C. la produzione si orienta essenzialmente su un’unica forma, un boccalino monoansato e panciuto, definito boccalino “a collarino” per la presenza di un bordino rilevato tra collo e corpo (forma Marabini LXVIII). È un prodotto piuttosto scadente, realizzato in un’argilla poco depurata di colore rosso scuro e senza una ingubbiatura. Questa forma appare tuttavia molto diffusa per tutta la seconda metà del II secolo e la prima metà del III.

Marabini LXVIII

forma Marabini LXVIII

Anche le officine provinciali sono ormai entrate in crisi: di conseguenza queste ultime produzioni tornano a essere gestite quasi completamente dalle officine italiche.

 

4.
Ceramica invetriata 

 

 

 

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