Il mito di Titono e l’amore di Eos

Il mito di Titono e l’inno omerico v

Titono, figlio di Strio e fratello maggiore di Priamo, era un bellissimo uomo. Fu così notato dalla dea Eos (l’Aurora), che lo rapì per farlo suo. Ebbero persino due figli, Emazione e Memnone.

Era tale l’amore che lei provava per questo mortale che chiese a Zeus di donargli l’immortalità, dimenticandosi tuttavia di chiedere l’eterna giovinezza:

 

E andò dal Cronide dalle nere nubi per chiedergli

di renderlo immortale e di farlo vivere in eterno.

Zeus con un cenno del capo esaudì la richiesta:

ma la venerabile Eos fu ingenua, non pensò di chiedere

la giovinezza e di allontanare da lui la vecchiaia rovinosa.

Così finché durò per lui l’amabile giovinezza, si godette

Eos dal trono d’oro, la dea mattiniera, vivendo

presso le correnti dell’Oceano, ai confini della terra

Ma quando i primi fili bianchi gli scesero giù

dalla bella testa e dal nobile mento,

la venerabile Eos si allontanò dal suo letto,

anche se continuava a tenerlo in casa, nutrendolo

con cibo divino e donandogli belle vesti.

Quando però l’odiosa vecchiaia si abbatté su Titono,

che non era più in grado di muovere o alzare le membra,

questa parve alla dea la decisione migliore:

lo ricoverò in una stanza, e chiuse le fulgide porte.

Dalla bocca gli esce un fiume di parole, ma il vigore

non è più quello che un tempo aveva nelle agili membra.

[Inno Omerico 5, 218-238. Trad. it. G. Zanetto, p. 175-177]

 

Il mito di Titono: Un amore eterno ma infelice

Col passare del tempo, quindi, Titono invecchiava sempre più, fino a quando la dea lo rinchiuse, lasciandolo a mormorare balbettii per l’eternità.

Seconda un’altra versione, invece, la dea fu costretta ad adagiarlo in un cesto di vimini, come un bambino, e per pietà lo trasformò in una cicala (Grimal 2005, p. 618).

 

Il mito di Titono e il rhyton del pittore di tarquinia

Il mito ebbe fortuna sia tra le fonti letterarie sia nella produzione vascolare attica. Sull’Archivio Beazley sono catalogati ben 139 vasi relativi al mito e i molti sono i pittori che lo rappresentano.

Un esempio è il rhyton (vaso usato sia per bere sia per le libagioni, a forma di corno e decorato tridimensionalmente da teste di animali o gruppi figurativi) modellato a forma di sfinge ARV(2) 870.89, conservato al British Museum di Londra (inv. E787). Il vaso proviene da Capua, è attribuito al Pittore di Tarquinia ed è datato al 475-450 a.C.

 

Pittore di Tarquinia, rhyton plastico con inseguimento di Titono (475-450 a.C.), Londra, British Museum (inv. E 787). Foto da Beazley Archive.

Esso mostra due figure alate che inseguono un giovane. Chiara è l’identificazione dell’inseguimento di Titono, ma rimane il dubbio di chi sia la seconda donna alata: secondo gli studiosi potrebbe essere Nike, dea della Vittoria, o Selene, sorella di Eos.

Entrambe le dee sono vestite di chitone e indossano un sakkos (cuffia nella quale erano raccolti i capelli) sul capo. Il giovane, invece ha coperte solo le spalle e porta sulla sinistra una lyra. Egli incede verso destra, ma volge il capo verso la sua inseguitrice.

Lo schema iconografico è semplice: la scena, che si svolge e si può leggere da sinistra a destra, segue il classico schema delle scene di rapimento, nelle quali l’inseguitore protrae le braccia in avanti come a catturare la preda designata.

La sfinge, infine, incornicia con le ali a riposo la parte finale del rhyton e funge da base dello stesso.

 

Riferimenti bibliografici

Grimal, P., Enciclopedia della Mitologia, Garzanti, Milano 2005.

Zanetto, G. (a cura di), Inni Omerici, BUR, Milano 1996.

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