Teti, Peleo, Achille: una famiglia sui generis!

INCONTRO, MATRIMONIO, FAMIGLIA

Cosa potrebbe mai andare storto in una coppia formata da una dea multiforme e da un semplice mortale?

Ecco chi erano Teti e Peleo: lei è creatura immortale dell’Oceano e lui un semplice uomo, che riuscì a sottometterla per volere di Zeus.

Invoco Teti, la ninfa dell’Oceano, dagli occhi azzurri
e dall’oscuro velo, la regina che veloce si aggira
palpitante intorno alla terra col dolce soffio dell’aura
frangendo sulle pietrose rive i grandi flutti
e scorrendo serena sul soave moto delle onde.

[Inno Omerico 22, 1-5. Trad. it. G. Zanetto]

Un oracolo aveva predetto che Teti avrebbe partorito un figlio più potente del proprio padre. Zeus, allora, decise di non darla in sposa a nessun dio, ma di fare in modo che si unisse a un semplice mortale e scongiurare così eventuali minacce agli dei. La scelta ricadde su Peleo, re di Ftia.

Teti. Foto da Archivio Beazley.

Zeus gli ordinò di tendere un’imboscata alla dea sulla riva del mare. La sventurata, nonostante i tentativi di liberarsi dalla presa di Peleo mutando più volte forma, fu costretta a soccombere.

Si sposarono con una cerimonia e un bacchetto alla presenza degli dei. Il ricevimento è conosciuto perché fu lì che Eris, dea della discordia, per vendicarsi del mancato invito, lanciò il famoso pomo con la scritta “Alla più bella”: la mela d’oro fu gettata davanti a Era, Atena e Afrodite e fu Paride che decretò proprio quest’ultima come vincitrice.

I due sposi ebbero un figlio, Liguron, conosciuto poi come il grande Achille. Di fatto un uomo più potente del proprio padre.

 

Teti e Peleo in lotta. Foto da Archivio Beazley.
Una famiglia sui generis
La famiglia perfetta non esiste, neanche se uno dei componenti è una divinità!
Secondo le fonti antiche, infatti, Teti cercò disperatamente di rendere immortale il figlio. Il semplice ma sempre attuale “l’importante è che sia di sana e robusta costituzione” evidentemente non le bastava…
Apollodoro (Bibliotheca 3, 13, 6), per esempio, racconta che Teti tentò di rendere immortale Liguron ponendolo tra le fiamme, al fine di estirpare la parte mortale ereditata da Peleo.
Il rito era compiuto di notte e di nascosto dal marito. Un giorno fu scoperta e, vedendo il figlio dimenarsi tra le fiamme, Peleo corse in suo soccorso interrompendo il sacro rito. Non sapendolo, però, aveva decretato la sua futura morte perché una piccola parte di Achille, cioè quella tenuta dalla mano di Teti mentre immergeva il corpo tra le fiamme, era rimasta mortale: era uno dei talloni, proprio dove fu poi colpito dalla funesta freccia di Paride che lo uccise durante la Guerra di Troia.
Teti in collera ritornò tra le Nereidi, abbandonando sia il marito che il figlio.
Ah la vecchia e buona “mancanza di comunicazione”… se solo lei avesse spiegato tutto al marito, se solo lui si fosse fidato nonostante la terribile scena, e invece tutto andò perduto. D’altronde perché mai una dea dovrebbe spiegare a un semplice uomo questioni immortali?
La consegna di Achille a Chirone
La famiglia si ruppe e Peleo decise così di affidare il piccolo al centauro Chirone.
Egli lo accolse e lo nutrì con viscere di leoni e di cinghiali e con midollo di orsi, al fine di renderlo un grande eroe. Gli cambiò anche il nome dandogli quello che noi tutti conosciamo (Achille significherebbe “senza labbra” perché non aveva succhiato il seno della madre) e sostituendolo all’originario Liguron. Era nata una nuova famiglia, non meno particolare della precedente!
L’episodio dell’affidamento a Chirone è, per esempio, raffigurato sull’oinochoe a fondo bianco ABV 434.1: il vaso è attribuito al Pittore di Londra B620, datato al 520-500 a.C. e conservato al British Museum di Londra (inv. B620).
Chirone è raffigurato col corpo di un cavallo, barba e lunghe trecce. Porta un ramo sulla spalla sinistra, indossa un himation come gli altri due protagonisti e tiene il braccio destro proteso e con la la mano aperta in segno di benvenuto.
Sulla scena sono presenti anche un albero e un cane rivolto verso Peleo e con la testa e la zampa anteriore destra sollevate, come fosse felice di incontrare i due appena arrivati.
Il vaso presenta una bocca trilobata (come fosse un trifoglio) con una testa di serpente su ciascun lato. Queste, a loro volta, sono congiunte alla retrostante ansa a tre nervature e con teste femminili, poste all’inizio e alla fine.
Teti e le armi di Achille
Teti non scordò suo figlio, anzi cercò di prendersene cura anche da adulto. Prima della partenza di Achille per Troia, la dea andò del dio Efesto per far fabbricare le armi che lo avrebbero difeso in battaglia.
Il dio era figlio di Zeus ed Era, purtroppo nato brutto e zoppo. Era, vergognandosi della sua bruttezza e deformità, lo gettò dall’Olimpo. Il dio cadde nel mare e fu salvato e curato dalle Nereidi Eurinome e Teti in una grotta in fondo al mare. Ecco perché Teti le era così cara e non rifiutò la richiesta di aiuto, anzi le forgiò le armi più belle mai create:
e bronzo inconsumabile gettò nel fuoco, e stagno,
oro prezioso e argento; e poi
pose sul piedistallo la grande incudine, afferrò in mano
un forte maglio, con l’altra afferrò le tenaglie.
E fece per primo uno scudo grande e pesante,
ornandolo dappertutto; un orlo vi fece, lucido,
triplo, scintillante, e una tracolla d’argento.
Erano cinque le zone dello scudo, e in esso
fece molti ornamenti con i suoi sapienti pensieri.
Vi fece la terra, il cielo e il mare
l’infaticabile sole la luna piena,
e tutti quanti segni che incoronano il cielo,
le Pleiadi, l’Iadi e la forza d’Oríone
e l’Orsa, che chiamiamo col nome di Carro:
ella gira sopra se stessa e guarda Oríone,
e sola non ha parte dei lavacri d’Oceano.
[Omero, Iliade 18, 474-489. Trad. it. R. Calzecchi Onesti]

L’episodio mitico di Efesto che forgia le armi di Achille alla presenza di Teti è rappresentato sulla kylix attica a figure rosse ARV(2) 1573 del Pittore della fonderia (500-475 a.C.), conservata all’ Antikensammlung di Berlino (inv. F2294).

Foto da Archivio Beazley.

 

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