Il mito di Procne e Filomena
Procne e Filomena erano figlie del re ateniese Pandione. Egli iniziò una guerra contro Labdaco per delineare i confini del suo regno. Chiese l’aiuto di Tereo, re di Tracia e figlio di Ares, e riuscì a vincere contro il nemico.
Per ringraziarlo, diede al salvatore in moglie Procne e con questa Tereo ebbe il figlio Iti.
Il destino del loro matrimonio era già stato decretato come infausto. Come si legge, infatti, nei passi di Ovidio (met. 6, 424-434; trad. it. G. Paduano):
Tereo, re di Tracia, con le sue truppe aveva soccorso Atene
e sconfitto i nemici, e acquistato illustre gloria.
Essendo potente per uomini e mezzi,
e discendendo dal forte Gradivo, Pandione
gli diede in moglie la figlia Procne; ma non fu presente
a quelle nozze Giunone pronuba, né Imeneo, né le Grazie:
le Eumenidi ressero fiaccole strappate a un funerale
e prepararono il letto nuziale; calò sul letto
e fece il su nido in cima al talamo un gufo, uccello di malaugurio.
Con questo auspicio si unirono Tereo e Procne,
e fu concepito il loro figlio.
Questo matrimonio, quindi, non ebbe il favore divino: non erano presenti le Grazie, Giunone pronuba (= protettrice delle nozze) e Imeneo, che sono le divinità che propiziano i matrimoni e la felice sorte dei coniugi; le Eumenidi (“le Benevole”), che favoriscono la buona sorte e l’armonia, prepararono il letto nuziale come per un funerale; un gufo vi fece il suo nido.
La tragedia era già stata scritta…
I due ritornarono in Tracia, patria e di Tereo, ma ben presto Procne espresse il desiderio di rivedere Filomena. Pregò, quindi, il marito di andare a prendere la sorella e condurla in Tracia. Tereo partì alla volta di Atene:
Quando poté vedere suo suocero, scambiò con lui una stretta di mano,
e cominciarono a parlare, con ottimi auspici.
Aveva appena iniziato a dire il motivo della sua visita,
la richiesta di Procne, ed a promettere un veloce ritorno
della sorella, ed ecco che Filomena arriva con ricca pompa,
ma più ricca ancora di bellezza, come si dice che siano
le Naiadi e le Driadi quando camminano in mezzo ai boschi,
se si dessero loro gli stessi ornamenti e apparati.
Al veder la giovane, Tereo arse d’amore,
come quando si mette il fuoco sotto le stoppie bianche,
o si bruciano le foglie secche e le erbe dentro il fienile.
La bellezza di lei lo meritava, ma inoltre
lo citava la libidine innata; la gente di quella regione
è schiava di Venere: brucia insieme del vizio suo e del suo popolo.
(Ov. met. 6, 447-460; trad. it. G. Paduano)
Procne e Filomena, due sorelle unite nel dolore
Purtroppo il destino di Filomena fu segnato dalla lussuria e dall’insano senso di possesso di Tereo. Inconsapevole oggetto della sua brama, lo seguì sulla nave per andare dall’amata sorella e divenne la sua preda, come una lepre cacciata da un’aquila:
Quando Filomena si fu imbarcata sulla nave dipinta,
e i remi battevano il mare e la terra si allontanava,
Tereo gridò: «Ho vinto, con me viene il mio desiderio!»
Esulta, e a fatica riesce a rimandare la gioia
il barbaro, senza cessare mai di guardarla allo stesso
modo dell’uccello di Giove, quando ha deposto
nel suo nido in alto una lepre predata con gli artigli: la preda
non ha scampo e il predatore la guarda.
(Ov. met. 6, 511-518; trad. it. G. Paduano)
Filomena fu quindi rapita, segregata in una stalla nascosta nel bosco e abusata dal cognato. Tradimento, vergogna, dolore, sono tutte parole che non possono esprimere davvero cosa Filomena dovette subire:
Quando tornò in sé, si strappò i capelli sparsi
e, come una donna in lutto che si percuote le membra,
gridò tenendo le mani: «Che cosa hai fatto,
barbaro, crudele! Non t’hanno commosso le parole e le lacrime
affettuose di mio padre, il pensiero di mia sorella,
la mia verginità, il patto nuziale?
Tu hai sconvolto tutto, ed eccomi diventata rivale di mia sorella,
tu marito di entrambe, e a me spetta il castigo come nemica.
Perché non mi togli la vita, che non ti resti da compiere
nessun delitto? Magari tu l’avessi fatto
prima dell’empio connubio: la mia ombra sarebbe innocente.
Se gli dèi vedono questo, se conta qualcosa
la potenza divina, se tutto non è perduto
assieme a me, sconterai un giorno la tua pena. Io stessa,
rinunciando al pudore, denuncerò quello che hai fatto.
(Ov. met. 6, 531-545; trad. it. G. Paduano)
Spezzata nell’animo, ma lucida nella mente, Filomena si affida agli dèi e ha fiducia in una futura punizione divina del colpevole. Le sue parole, tuttavia, suscitano l’ira di Tereo che non ebbe pietà della sua preda e continuò a farla sua:
sguainò la spada che aveva al fianco,
la prese per i capelli e, fissandole dietro la schiena
le braccia gliele legò. Filomena gli offriva
la gola e, vista la spada, sperava che lo uccidesse;
ma lui, le afferrò la lingua, che indignata invocava il padre
e si sforzava di parlare, con una tenaglia,
e gliela tagliò con la spada crudele.
[…]
Anche dopo questo delitto, si dice (appena oso crederlo)
che continuò a chiedere il suo piacere a quel corpo straziato .
E dopo tutto ciò osò tornare da Procne
e, quando lei lo vide e gli chiese della sorella,
proruppe in falsi gemiti e raccontò di una morte
inventata, ma avvalorata col pirata dal pianto.
(Ov. met. 6, 551-565; trad. it. G. Paduano)
Possiamo urlare a squarcia gola che Tereo è un uomo terrificante? Ovidio afferma, inoltre, che purtroppo la segregazione durò un anno. Quale mai potrebbe essere la giusta punizione per il colpevole di tali atrocità?
La vendetta di Procne e Filomena
Come afferma Ovidio (met. 6, 574-575; trad. it. G. Paduano),
Ma è grande
l’ingegno del dolore: nelle disgrazie si è abili.
Ecco la forza di Filomena che, nonostante l’impossibilità di fuga, escogitò un piano:
Astutamente appende al telaio una te la barbara,
e intreccia sul filo bianco segni purpurei,
denuncia del delitto, e la consegna alla fine
ad una serva, pregandole a gesti di darla alla regina.
(Ov. met. 6, 576-579; trad. it. G. Paduano)
Procne riuscì, quindi, a salvare la sorella e la condusse via dalla stalla nella quale era rinchiusa. Ora era il momento di agire, di vendicarsi:
Procne,
ardente d’ira incontenibile, fece cessare
il pianto della sorella dicendo: «Non con le lacrime,
col ferro bisogna agire, o se c’è qualcosa di peggio.
Io sono pronta, sorella, a qualunque delitto,
a dare fuoco con le fiaccole al palazzo reale
e in mezzo alle fiamme gettare colpevole Tereo,
o a strappargli la lingua, gli occhi, gli organi
che ti hanno tolto l’onore, o a cacciar via la sua sporca anima
con mille ferite; qualunque sia il fatto a cui sono pronta,
è qualcosa di grande. Cosa, non lo so ancora».
Mentre così diceva, Iti venne incontro la madre. Da lui
capì che cosa poteva fare e, guardandolo
con occhi feroci, gli disse: «Quanto somigli a tuo padre!»,
e niente più, ma, ribollendo di tacita collera, preparava un atroce
delitto.
(Ov. met. 6, 609-624; trad. it. G. Paduano)
Ebbene sì, purtroppo il bambino fu lo strumento di vendetta contro Tireo. Procne uccise il suo stesso figlio e, insieme alla sorella, lo smembrò al fine di cucinarne le carni e servirlo per cena al marito. Lui ignaro di tutto consumò il pasto e chiamò il figlio a sé. Fu allora che Procne gli mostrò la testa mozzata del bambino e l’uomo capì:
Con un grido immenso Tereo respinse la tavola,
invocò dalla valle dello Stige le serpi sorelle e voleva,
se avesse potuto, aprirsi il petto ed espellere
l’orribile cena, rigettare le viscere.
Ora piange e Chiama se stesso miserabile tomba del figlio,
poi con la spada Guarda sguainata insegue le figlie
di Pandione.
(Ov. met. 6, 661-667; trad. it. G. Paduano)

Procne e Filomena: l’usignolo e la rondine
Quando Tereo comprese, afferrò una scure e le inseguì: ed esse, giunte a Dauli in Focide, quando erano ormai sul punto di essere prese supplicarono gli dèi di essere trasformate in uccelli: Procne divenne un usignolo, Filomena una rondine; anche Tereo fu trasformato in uccello e divenne un’upupa.
(Apollodoro, Bibliotheca 3, 14, 8; trad. it. G. Guidorizzi)

Tutti e tre alla fine furono colpevoli di atti terribili, ma gli dèi ascoltarono le preghiere delle donne: essi ebbero pietà di queste due sorelle e le salvarono. Gli dèi avevano decretato la loro innocenza.
Soffermiamoci, però, sul significato di questi tre uccelli. Perché proprio un usignolo, una rondine e un’upupa?
Continuiamo la lettura di Ovidio (met. 6, 668-674; trad. it. G. Paduano):
l’una fuggi nel bosco,
l’altra sotto il tetto; dal suo petto non è scomparsa
l’impronta della strage: le penne sono macchiate di sangue.
E anche lui, così rapido per il dolore e la volontà di vendetta,
diventò l’uccello che ha in cima una cresta,
un becco spropositato al posto della lunga spada:
il suo nome upupa, e il suo aspetto è guerriero.
Filomena, che viveva nascosta tra i boschi e purtroppo muta, diventa un uccello famoso per il triste canto (cfr. A. Ferrari, Dizionario di Mitologia greca e latina, Novara 2015, p. 722); Filomena diventa una rondine, il cui canto è sempre ricordato dai poeti antichi come «inquietante, sinistro, portatore di morte» (Ferrari, op. cit., p. 611); Tereo è l’upupa, il cui aspetto ricorda proprio la descrizione di un guerriero armato di elmo e spada.
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