Polifemo innamorato nell’Idillio XI di Teocrito

Siamo da sempre abituati a ricordare il Ciclope come il brutale personaggio che uccise i compagni di Odisseo, ma nell’Idillio 11 di Teocrito scopriamo un giovane Polifemo innamorato della bella Galatea.

Egli si strugge per questo amore non corrisposto, un dolore a cui non vi alcun rimedio se non quello di confidare nella poesia e affidare a essa il proprio animo.

Leggiamo e commentiamo insieme i versi [Trad. it. B. M. Palumbo Stracca, BUR, Milano 2016, pp. 209-215]:

Così dunque al meglio viveva il nostro Ciclope,

l’antico Polifemo, quando spasimava per Galatea,

e da poco la barba gli spuntava attorno alla bocca e sulle tempie*.

Non con pomi o con rose o con riccioli manifestava l’amore,

ma con vere frenesie; e tutto il resto per lui non contava.

[vv. 7-11]

*Polifemo era ancora giovane e inesperto.

 

Molte volte dal verde pascolo le pecore tornavano sole

all’ovile*; ed egli cantando Galatea

si struggeva sul lido algoso

sin dall’aurora, tenendo nel cuore la tremenda ferita

che il dardo della possente Cipride** gli aveva inferto nel petto.

[vv. 12-16]

* L’amore lo distraeva dalle abituali occupazioni

** Afrodite

 

Ma trovò il rimedio, e sopra un’alta

roccia, lo sguardo verso il mare, cantava così:

«Fulgida Galatea, perché respingi chi t’ama,

tu più candida dal latte cagliato, più morbida di un agnello,

più altera di un vitello, più brillante dell’uva acerba?

Qui ti aggiri, quando il dolce sonno m’abbandona;

e fuggi, come la pecora che ha visto un grigio lupo.

M’innamorai di te, ragazza, quando sulla montagna

con mia madre* venisti a cogliere i fiori

di giacinto, e io vi facevo da guida.

Anche dopo ti ho guardata, e non posso smettere

di amarti; ma a te non importa proprio nulla.»

[vv. 17-29]

*  Toosa, una ninfa marina come Galatea.

 

«Seducente ragazza, comprendo perché fuggi:

è perché un irsuto sopracciglio sull’intera fronte

da un orecchio all’altro di stende, unico e lungo,

e sotto c’è un solo occhio, e largo e il mio naso sopra il labbro.

Ma anche se sono così, mille bestie porto a pascolare

e da esse il miglior latte mungo e bevo,

e il cacio né d’estate mi manca, né d’autunno

e neanche nel cuore dell’inverno, ma i graticci sono sempre stracolmi.»

[vv. 30-38]

Il povero Polifemo è cosciente del suo aspetto fisico e sa che la bella ninfa non si accosterebbe mai a lui. Inizia così a elencare le sue ricchezze e i doni che lei riceverebbe

 

E come nessuno dei Ciclopi so suonare la zampogna,

cantando te, mio dolce pomo, e insieme me stesso,

sovente fino a notte fonda. Undici cerbiatte allevo per te,

tutte col collare, e quattro orsacchiotti.

Vieni dunque a me, e ci guadagnerai;

lascia che il ceruleo mare si franga mugghiando sulla riva.»

[vv. 39-43]

Il Ciclope non punta solo sulle sue ricchezze materiali, ma cerca di conquistare il cuore dell’amata sottolineando la sua bravura musicale e canora e come si strugge per lei fino a notte fonda. La invita ad abbandonare il mare per vivere con lui.

 

«Più dolcemente nell’antro da me passerai la notte:

là sono gli ondeggianti cipressi,

l’edera scura e la vite dai dolci frutti,

e c’è l’acqua fresca, bevanda divina che per me

fa scendere dalla candida neve l’Etna selvoso.

Chi vorrebbe avere, in cambio di tutto questo, il mare e le onde?»

[vv. 44-49]

Polifemo la invita nella sua caverna e, per convincerla, elenca tutte le meraviglie naturali dell’Etna, imparagonabile al mondo marino dal quale Galatea proviene.

 

«E se io stesso ti appaio troppo irsuto,

ho legno di quercia, e sotto la cenere un fuoco inestinguibile;

da te sopporterei che mi bruciassi l’anima,

e l’unico occhio, di cui niente a me è più caro.

Ah, che sfortuna che mia madre non mi abbia generato con le branchie!

Mi tufferei per venire da te, e ti bacerei la mano,

se mi rifiuti la bocca, e gigli bianchi ti porterei,

o teneri papaveri dai rossi petali.

Ma questi fioriscono d’estate, quelli d’inverno,

e così non potrei portarteli tutti assieme.»

[vv. 50-59]

 

«Ora voglio subito imparare a nuotare, ragazza,

se capita qui con la nave un forestiero*;

così vedrò che gusto c’è per voi ad abitare nell’abisso.

Oh, se volessi uscire, Galatea, e dimenticare,

come me che sto qui seduto, di tornare a casa,

e le greggi con me volessi pascolare, e mungere il latte,

e preparare il cacio con il caglio acido!»

[vv. 60-66]

*Ironia del poeta, Odisseo di certo non gli insegnò a nuotare…

Polifemo spera in cuor suo che lei possa dimenticare il mare e condividere vita pastorale insieme a lui.

 

«Mia madre soltanto mi fa torto, e con lei me la prendo,

perché mai una volta ti ha detto una buona parola per me;

eppure vede che giorno dopo giorno mi consumo.

Dirò che nella testa e nei piedi

mi sento battere; così ne sarà afflitta, perché anch’io mi affliggo.»

[vv. 67-71]

Perso nel dolore, Polifemo non accetta la realtà dei fatti e imputa la colpa alla madre.

 

«Ciclope, Ciclope, dove te ne sei volato con la mente?

Se piuttosto andassi a intrecciare canestri e a cogliere germogli

da portare alle agnelle, avresti molto più senno.

Mungi quella che ti è vicina, perché insegui chi fugge?

Un’altra Galatea troverai, forse anche più bella.

Molte ragazze m’invitano a giocare con loro la notte,

e ridono tutte, quando le ascolto.

È chiaro che sulla terra anch’io, a quanto pare, sono qualcuno.»

[vv. 72-79]

Il povero illuso Polifemo innamorato non trova rimedio alla sofferenza. Con un guizzo di forza e di rivincita personale, ritorna alla realtà fatta di piccoli gesti quotidiani e con la consapevolezza che non vi è solo Galatea a questo mondo. Povera anima in pena che cerca di farsi forza o davvero guarito grazie alla poesia?

 

Così Polifemo pasceva il suo amore

cantando, e meglio viveva che se avesse speso dell’oro.

[vv. 80-81]

Ecco la risposta alla domanda: Polifemo cura con la poesia il suo dolore senza spendere soldi in unguenti, pozioni o altro.

Ma davvero basta la poesia per placare il dolore di un amore non corrisposto? Oh Polifemo, Polifemo innamorato, speriamo!

***

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