Dell’amore, del dolore. La tragedia di Piramo e Tisbe

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Pompei, IX, 5, 14. Piramo e Tisbe. Foto da ilmattinodifoggia.it.

 

Quest’oggi il sole, in segno di dolore,

non mostrerà il suo volto, sulla terra.

[…] ché mai vicenda fu più dolorosa

di questa di Giulietta e di Romeo.

[Trad. it. G. Raponi]

 

E così che si conclude la tragedia Romeo e Giulietta di W. Shakespeare, ma siamo proprio sicuri che «mai vicenda fu più dolorosa»?

Scopriamolo insieme, approfondendo la tragedia di Piramo e Tisbe, uno dei miti più affascinanti e che può essere letto come archetipo della tragedia shakespeariana.

 

Ovidio (Ov. met. 4, 55-166) narra di Piramo e Tisbe, due giovani babilonesi follemente innamorati che, a causa dell’opposizione dei genitori, non potevano vivere liberamente il loro amore.

Piramo e Tisbe, l’uno il più bello dei giovani,

l’altra superiore a tutte le ragazze d’Oriente,

stavano in due case contigue, dove si dice che Semiramide

cinse l’alta città con mura di cotto.

La vicinanza li fece conoscere e compiere i primi passi

dell’amore, che col tempo crebbe. Si sarebbero uniti

in legittimo matrimonio, ma lo vietarono i loro padri; però non poterono

vietare che entrambi fossero perdutamente innamorati

l’un dell’altro. Senza nessun confidente, parlano a cenni e gesti,

e quanto più è coperto, tanto più il fuoco ribolle.

[Ov. met. 4, 55-64; Trad. it. G. Paduano, Torino 2007, pp. 147-149]

 

 

Erano costretti a incontrarsi di nascosto, grazie ad una crepa nel muro che divideva le rispettive case

 

Il muro comune alle due case aveva una piccola

fessura, prodotta al tempo della costruzione,

un difetto che nessuno notò per secoli;

voi lo notaste, amanti (cosa non vede l’amore?),

e ne faceste una via per la voce; di là passavano

sicure le dolcezze sussurrate appena.

Spesso quando stavano di qua Tisbe e di là Piramo,

e a vicenda captavano il soffio di voce,

dicevano: “Muro invidioso, perché ostacoli il nostro amore?

Cosa ti costerebbe permetterci di unire

i nostri corpi o, se questo è troppo, aprirti

per baciarci? Non siamo ingranti: sappiamo di doverlo a te,

se le parole arrivano alle orecchie amate “.

Dopo aver detto ciò inutilmente dai loro posti

separati, a sera si dissero “ciao”, ed entrambi

diedero al muro baci che non lo passavano.

[Ov. met. 4, 65-80; Trad. it. G. Paduano, Torino 2007, p. 149]

 

Innamorati e desiderosi di vivere il proprio amore, una notte si diedero appuntamento vicino ad una sorgente, presso la quale si trovava un albero di gelsi bianchi

 

Quando la successiva aurora ebbe tolto gli astri

notturni, e i raggi del sole asciugarono i campi brinosi,

si incontrarono a lungo e stabilirono

di ingannare la sorveglianza e tentare di uscire

nel silenzio della notte e, usciti di casa, di lasciare anche

la città e, per non perdersi vagando negli ampi spazi,

si diedero appuntamento al sepolcro di Nino,

nascondendosi all’ombra di un albero: là c’era un albero

ricco di frutti candidi, un gelso altissimo accanto

a una fonte fresca. Questi furono i patti: la luce

che sembrava tarda ad andarsene, infine precipitò nelle acque,

e dalle acque emerse la notte.

[Ov. met. 4, 81-93; Trad. it. G. Paduano, Torino 2007, p. 149]

 

Tisbe arrivò in anticipo e fu costretta alla fuga da una leonessa che era solita bere alla sorgente

 

L’astuta Tisbe aprì la porta nel buio;

esce senz’essere vista dai suoi e sedette ai piedi dell’albero

fissato. L’amore la rendeva ardita. Ma ecco che arriva,

con la schiuma alla bocca e il muso sporco di sangue di buoi appena uccisi,

una leonessa, per saziare la sete nell’acqua della fonte vicina;

ai raggi della luna Tisbe la vide lontana,

e impaurita fuggì in una grotta buia,

ma nella fuga perse il velo che le scivolò dalle spalle.

[Ov. met. 4, 93-101; Trad. it. G. Paduano, Torino 2007, pp. 149-151]

 

Nella corsa la fanciulla perse la sciarpa, che l’animale fece a brandelli sporcandola col sangue del precedente pasto

 

La leonessa feroce, toltasi con molta acqua la sete,

tornando nel bosco, trovo per caso il sottile velo

di Tisbe senza di lei, e lo straccio con la bocca insanguinata.

[Ov. met. 4, 102-104; Trad. it. G. Paduano, Torino 2007, p. 151]

 

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Nea Paphos (Cipro), Villa di Dioniso. Piramo e Tisbe. Foto da twitter.com.

 

Quando Piramo sopraggiunse, vide la sciarpa insanguinata e strappata e pensò al peggio

 

Piramo, uscito più tardi, vide nello strato di polvere

le impronte certe di una belva, e impallidì in tutto il volto.

Come trovò anche la veste sporca di sangue,

disse: “Una sola notte distruggerà i due amanti,

di cui era lei la più degna di lunga vita;

la mia anima è colpevole. Io ti ho uccisa, infelice,

dicendoti di venire di notte in luoghi orribili

e non arrivando per primo. Straziate il mio corpo,

sbranate a morsi le mie scellerate viscere,

leoni che abitate sotto questa rupe.

Ma è da vigliacchi desiderare la morte”.

[Ov. met. 4, 105-115; Trad. it. G. Paduano, Torino 2007, p. 151]

 

In preda al dolore, Piramo si tolse la vita con un pugnale

 

Raccoglie il velo

di Tisbe e lo porta con sé all’albero stabilito;

pianse bacio la stoffa ben conosciuta,

e disse: “Ricevi Dunque pure il mio sangue”.

Piantò nel ventre il pugnale che aveva al fianco,

e senza indugio lo estrasse, morendo, dalla ferita ardente,

è giacque a terra supino. Il sangue sprizzò in alto,

come quando si guasta il piombo e si spezza un tubo,

e da un foro sottile prorompe sibilando un lungo getto

d’acqua e colpisce l’aria violentemente. I frutti dell’albero,

cosparsi dal sangue, diventano neri,

e la radice inzuppata di sangue tinge

dello stesso colore le more pendenti sui rami.

[Ov. met. 4, 115-127; Trad. it. G. Paduano, Torino 2007, p. 151]

 

Tisbe tornò poco dopo per l’appuntamento e vide il giovane morente

 

Ancora impaurita, per non mancare all’amante,

Tisbe ritorna e cerca il ragazzo con gli occhi e con l’anima,

ansiosa di raccontargli a quale pericolo

è scampata. Riconosce il luogo e la forma dell’albero,

ma la rende incerta il colore dei frutti, non sa se è quello.

Mentre è in dubbio, vede sul suolo insanguinato

palpitare un corpo, indietreggia e, col volto

più pallido del bosco, rabbrividisce come le onde del mare,

tremolante in superficie per una lieve brezza.

Quando, dopo un indugio, riconobbe il suo amore,

percosse sonoramente le braccia innocenti,

si strappò i capelli e, abbracciando il capo amato,

riempì le ferite di lacrime, mescolando il pianto al sangue,

e imprimendo i suoi baci sul volto gelido

gridò: “Piramo, quale sciagura ti ha tolto

a me? Rispondimi, carissimo Piramo, ti chiama la tua

Tisbe: ascoltami, alza il capo chino!”

Al nome di Tisbe, Piramo sollevò gli occhi

gravati già dalla morte, la guardò e li richiuse.

[Ov. met. 4, 128-146; Trad. it. G. Paduano, Torino 2007, pp. 151-153]

 

Straziata dalla pena nel suo cuore, la giovane si trafisse a sua volta con l’arma dell’amato

 

Dopo che riconobbe il suo velo e la fodera

d’avorio nuda, disse: “Ti ha ucciso, infelice,

la tua mano e il tuo amore! Ma anch’io, almeno per questo, ho una mano

forte, e ho l’amore, che mi darà forza ferirmi.

Ti seguirò nella morte, diranno che della tua morte

sono stata al infelicissima causa e compagna. E tu, che soltanto

la morte poteva strapparmi,  neanche in morte mi sarai strappato.

Questo però vi chiediamo entrambi,

infelicissimo padre mio e padre suo, che quelli che ha unito

l’amore autentiche l’ora estrema,

non impediate che siano sepolti nella stessa tomba.

Tu, albero che adesso copri coi tuoi rami

il povero corpo di uno, e presto di entrambi,

mantieni un segno di questa strage, ed abbi sempre

frutti scuri adatti al lutto, ricordo del doppio sangue”.

Così disse e,  puntato il pugnale contro il suo fianco,

si gettò sul ferro ancora caldo di sangue.

[Ov. met. 4, 147-163; Trad. it. G. Paduano, Torino 2007, p. 153]

 

Le sue preghiere furono esaudite e le ceneri dei due amanti furono riunite nella stessa urna

 

La sua preghiera commosse gli dèi e genitori:

infatti è nero il colore del frutto quando è maturo,

e quello che avanza dal rogo, riposa in un’unica urna.

[Ov. met. 4, 164-166; Trad. it. G. Paduano, Torino 2007, p. 153]

 

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Pompei, Casa di Ottavio Quartione. Piramo e Tisbe. Foto da iconos.it

 

Le storie antiche non hanno nulla da invidiare a quelle posteriori, non trovi?

 

Una storia d’amore triste, sì… Troppo amaro in bocca? Mi dispiace… provo a sdrammatizzare:

nella vita, come in amore, non accontentiamoci di crepe sui muri, ma stiamo comunque lontani da leonesse  & co!

 

A. R.

 

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