La commemorazione dei defunti nell’antica Grecia

Nell’antica Grecia vi era la credenza che il trapasso nel mondo dei morti avviene quando la psyché abbandona il corpo:

psyché significa “respiro”, come psychein significa “respirare”: il cessare del respiro è il segno esterno più evidente della morte. Al morto – anche all’animale morto – è venuto a mancare qualcosa, alla cui presenza e azione nella creatura viva dapprima non si fa eccessivo caso; la psyché entra in gioco solo quando si tratti di morte e vita. La psyché non è anima in quanto veicolo di sentimenti e pensieri, né persona, né doppio dell’uomo. Tuttavia, dal momento in cui abbandona l’uomo, essa viene anche caratterizzata come eidolon, “immagine”, come visione pari a quella riflessa dallo specchio, che possiamo vedere, sebbene non sempre nitidamente, ma non sappiamo afferrare: la visione in sogno, anche l’immagine-fantasma, nelle cui forme il morto può ancora apparire, è equiparata al “respiro”, che ha abbandonato il corpo. In tal modo la psiché di un morto, anche se eventualmente visibile, è comunque immaginabile […]. La psyché non emana alcuna forza, alcuna forza vitale; sono “teste prive di energia vitale”, amenenà karena, anzi sono prive di coscienza […] “svolazzo come ombre”, simili a pipistrelli, che squittiscono nelle loro caverne.

[W. Burkert, La religione greca, trad. it. G.Arrigoni, Jaca Book, Milano 2010, pp. 374-376].

Una volta avvenuto il decesso, veniva celebrato il rito funebre, cadenzato da precisi momenti: la composizione della salma nella bara, la prothesis, l’ekphorà, la cerimonia di sepoltura con sacrifici e il banchetto funebre.

Pittore del Dypilon, anfora raffigurante la prothesis di una defunta (750 a.C. circa). Atene, Museo Archeologico Nazionale (inv. 804). Foto da wikipedia.org.
prothesis, ekphorà e cerimonia di sepoltura

La prothesis è la fase del lamento funebre:

il defunto, lavato e vestito dalle donne, con il capo avvolto da benda o cinto da corona, viene esposto alla vista nella sua casa, attorniato dal lamento dei parenti.  Il lamento funebre, compito che spetta alle donne, è indispensabile; lo si può comprare oppure lo si può forzare […]. Al grido acuto si accompagna l’arruffare i capelli, il battersi il petto e il graffiarsi. I parenti si “macchiano”, si tagliano i capelli, si cospargono il capo di cenere e portano abiti macchiati e stracciati. La prothesis dura un intero giorno.

[W. Burkert, La religione greca, trad. it. G.Arrigoni, Jaca Book, Milano 2010, p. 368].

In seguito avviene il trasferimento all’esterno, l’ekphorà: «i nobili usano un carro funebre, come mostrano le scene dei vasi geometrici. Anche qui il defunto è accompagnato al sepolcro da un numeroso seguito e da un acuto lamento» [Burkert 2010, p. 368].

La cerimonia di sepoltura (o di cremazione) è accompagnata da sacrifici funebri, durante i quali al defunto vengono offerti doni: vasi, armi, coltelli, gioielli, abiti, ecc.

Sulla tomba era posto il sema, il segnacolo.

 

IL BANCHETTO FUNEBRE

Vi è, infine, il banchetto funebre che si basa sul sacrificio animale. Inizialmente il sacrificio e banchetto erano ripetuti il terzo, il nono giorno e il trentaseiesimo giorno, successivamente la commemorazione avveniva durante i giorni delle celebrazioni generali annuali: le genesia (“giorno degli antenati”), nel mese di Boedromione (settembre) [J.-P. Vernant, Mito e religione in Grecia antica, Donzelli Editore, Roma 2009, p. 26.], durante le quali «si adornano le tombe, si portano offerte, si mangiano cibi speciali e si parla del fatto che i defunti vengono su e se ne vanno attorno per la città» [Burkert 2010, p. 371].

Le offerte consistono nel versare una mistura di acqua, latte, vino, miele, orzo e olio e talvolta il sangue di animali sacrificati. Filtrando all’interno delle sepolture si instaura un contatto con i propri cari defunti e si rivolgo loro preghiere e bruciano cibi e animali sacrificati. Il banchetto funebre, tuttavia, ha un suo parallelo nel mondo dei vivi, infatti, dopo le offerte di libagioni si procedeva a un banchetto vero e proprio presso la tomba al fine di condividere la sacralità del pasto con i defunti.

Nei giorni stabiliti per le ricorrenze, vi è un avvicinamento e mescolamento del mondo ctonio e funereo con quello dei vivi.

 

LE ANTESTERIE

Un esempio di offerte funebri è il caso delle festa delle Antesterie dall’11 al 13 del mese di Antesterione (febbraio-marzo). Durante il secondo giorno si spalmava della pece sulle porte delle case e si comprava una ramo di biancospino per proteggersi dalle anime dei defunti (“Chere”) che avrebbero vagato per la città. I santuari erano chiusi e si bloccava qualsiasi forma di attività pubblica. Il terzo giorno, , infine, era consacrato ai defunti tramite l’offerta di cereali e sementi cotti dentro delle pentole e offerti ai defunti mischiate con del miele. Alla fine della giornata le anime venivano rispedite nell’oltretomba al grido “Via di qui spiriti, le Antesterie sono finite!”. Il terzo giorno, infine, era sacro a Ermes ctonio, a cui si offrivano grano, legumi, miele, dolci, incenso e animali (maialini, capretti e agnelli).

 

Pittore del Dinos (425-400 a.C.). Scena di Anthesteria (?): Menadi, idolo di Dioniso, tavola con stamnoi, kantharos e torte (frutta?). Stamnos attico a figure rosse. Napoli, Museo Archeologico Nazionale, inv. 81674. Foto da Archivio Beazley.

 

Il culto dei morti sembra presupporre che il defunto sia presente e attivo nel luogo della sepoltura, sotto terra […]; come le libagioni filtrano nella terra, essi devono mandare “sopra” il “beneficio”. Come ovunque, anche presso i Greci esiste l’esperienza dei fantasmi; anche qui si narrano storie di defunti che, non trovando pace, si aggirano intorno alle proprie tombe e spaventano i passanti. Si teme soprattutto l’ira dei morti e si pensa di “ammansirli” con continue libagioni e di “ingraziarli”.

[Burkert 2010, p. 373]

 

Era credenza comune, inoltre, che il defunto potesse comparire come un serpente e il legame con questo animale e gli Inferi è ben documentato anche nella produzione ceramica.

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