Il divino silenzio

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Epifania di Arpokrates su fior di loto. Foto da cultura-barocca.com.

Il Canto delle Muse è un interessantissimo blog che consiglio a tutti di seguire. È gestito dalla gentilissima Daniela, che mi segue sempre con interesse, e nel quale condivide poetici pensieri… Ultimamente mi ha colpito il suo Aforisma 23/9 che ha come tema il silenzio e che mi ha suggerito l’idea del post di oggi.

Cari followers, oggi scopriamo insieme le divinità romane del silenzio!

SILENZIO e ARPOKRATES

Silenzio era la personificazione del silenzio e infatti era rappresentato come una figura maschile con un dito sulle labbra, in atto di silenzio.

Secondo quanto riportato dalla studiosa Ferrari, esso «era collegato nella mitologia anche al mito di Narciso, venerato come “eroe del silenzio”» (A.Ferrari, Dizionario di Mitologia, UTET, Torino 2015, p. 644). Alla voce “Narciso”, la studiosa afferma inoltre che «Strabone (9.404) ricorda che presso il santuario di Anfiarao era posto un cenotafio nel quale si venerava Narciso come “eroe del silenzio”: del silenzio Narciso era appunto la personificazione, e per questa sua caratteristica era messo in rapporto con il mondo dei morti» (A. Ferrari, op. cit., pp. 485).

 

Ciò che spicca, quindi, è lo stretto legame tra il silenzio e l’aldilà. Un rapporto tutt’altro che scontato e che ha profonde radici nel mito, come vedremo a breve.

 

Silenzio era quindi la personificazione, una divinità allegorica, ma c’era un dio vero e proprio? Facciamo un passo indietro fino all’antico Egitto, dove si venerava Horus, divinità solare. Il culto si trasferì nel mondo greco col nome di Arpokrates (Ἃρποκράτης) e poi a Roma, ma in entrambi i casi deve essere identificato come Horus fanciullo e non da adulto. Qui era raffigurato come un bambino, in braccio a Iside (madre di Horus) o su un fiore di loto, con un dito sulla bocca e con al collo un bulla, un amuleto fatto indossare ai figli maschi a partire dal nono giorno dalla nascita e per tutta l’adolescenza. A volte portava una cornucopia, perché identificato anche come dio dell’abbondanza.

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Arpokrates, Musei Capitolini (117-138 d.C.). Foto da  museicaitolini.org
MUTA, Tacita, Larunda, Mània 

Muta, o Mutea, era la dea del silenzio.

Il mito narra che fu ridotta al silenzio da Giove, tramite taglio della lingua, per punirla dei continui pettegolezzi che diffondeva.

La si identifica alle volte come sposa di Mercurio (Hermes greco), dio dei crocicchi e della prosperità, e madre dei Lari.

  • I Lares erano le anime dei morti degli uomini venerati dopo la morte e che presiedevano al focolare domestico. Erano raffigurati in statuette (sigilla) di adolescenti con in mano una cornucopia o un rhyton (corno potorio) danzanti sulle punte dei piedi e vestiti di abiti corti. Esse erano conservate e venerate in un apposito luogo chiamato Larario, un’edicola in genere posta nell’atrio della casa. I Lari si distinguono in:
    • Lares domestici – Erano gli spiriti degli antenati, a capo dei quali era il Lar familiaris, ossia il capostipite della famiglia.
    • Lares publici – tra essi spiccano:
      • Lares Praestites, protettori della città e raffigurati con un cane al seguito.
      • Lares Compitales, protettori delle varie divisioni urbane e dei crocicchi.
      • Lares Permarini, protettori della navigazione.
      • Lares Augusti, i Lari della famiglia imperiale il cui culto era pubblico.
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Lare in bronzo, II sec. Copenhagen -Thorvaldsens Museum, inv. H2062. Foto da pinterest.com.

La dea, quindi, aveva legame cultuali con l’aldilà e in effetti rappresentava l’eterno silenzio, come è la morte stessa.

Le fonti riportano altre divinità identiche alla nostra Muta, ma indicate con nomi diversi: Tacita e Larunda o Lara. Scopriamole insieme:

  • TACITA

     Sostanzialmente era un altro appellativo di Muta.

  • LARA

    – Larunda, Lala – “La chiaccherona”. Il mito narra che fosse una ninfa, figlia di Almone, che spifferò a Giunone le intenzioni fedifraghe del marito Giove e il piano che egli aveva escogitato per far sua la ninfa Giuturna, che a sua volta poté così salvarsi. Giove allora le strappò la lingua e la consegna  a Mercurio affinché la portasse negli Inferi per diventare la ninfa delle acque dei morti. Il dio si invaghì della sventurata e la stuprò. Dall’unione nacquero una coppia di gemelli, i Lari. Come puoi vedere puntuali sono le analogie con Muta e alcune fonti, esempio Ovidio, sostengono che in realtà Lala fosse il nome originario di Muta. Secondo gli studiosi il luogo di culto dedicato si trovava nelle pendici nord-occidentali del Palatino:

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Da “Ricerche e scavi in corso sulle pendici settentrionali del Palatino” di Dunia Filippi 
CULTO

Muta era venerata durante le feste Feralie, nel giorno conclusivo delle Parentalia.

 

  • Parentalia o dies parentales

Si celebravano a Roma fra il 17 e il 21 febbraio per commemorare i parenti defunti. Questi giorni erano considerati funesti e quindi i templi restavano chiusi e le attività principali erano sospese. Ai defunti si offrivano corone di fiori e farina di farro, ma il rito vero e proprio era officiato da una donna anziana: si ponevano tre grani di incenso sotto la soglia di casa, nel punto in cui un topo ha scavato la sua tana, poi si pronunciavano parole magiche mentre tre fili di piombo venivano fatti girare attorno ad un fuso e si mettevano 7 fave nere nella bocca di un pesce, una menola (maena), la cui testa era poi ricoperta di pece. Questo era poi infilzato con un ago di bronzo, arrostito e cosparso con del vino. Il rito si conclude con la frase Hostiles linguas inimicaque vinximus ora (abbiamo incatenato le lingue ostili e le bocche nemiche”) (cfr. Ov. fast., 571-582).

 

  • Feralia

Si celebravano l’ultimo giorno delle Parentalia in onore delle anime dei defunti, i Mani (“i Benevolenti”, da interpretare come i Lares domestici), che secondo la tradizione ritornavano sulla terra per vagare tra i vivi pur rimanendo invisibili. Erano offerti sulle loro tombe vino, latte, miele, ecc. e fiori.

I Mani erano indicati anche come figli della dea MÀNIA, “Madre dei Mani”, a cui era dedicato un culto durante i Compitalia.

 

  • Compitalia

Erano le feste in onore dei Lares Compitales, venerati in piccoli sacelli eretti nei crocicchi dei possedimenti terrieri.  Il rito prevedeva, alla fine della stagione della semina,  l’offerta di un giogo, di gomitoli (che rappresentavano i componenti delle famiglie officianti) e pupazzi di lana (che rappresentavano gli schiavi delle famiglie). Le feste avevano inizialmente, quindi, carattere rurale e furono trasferite a Roma, dove ormai i crocicchi erano quelli tra le divisioni urbane, da Servio Tullio: la data era sempre in relazione alla fine della semina e quindi tra  la fine dei Saturnalia (dal 17 al 23 dicembre) e il mese di gennaio. Successivamente la data divenne fissa, tra il 3 e il 5 gennaio. Durante le feste si svolgevano anche i Ludi Compitali, con gare di lotta, corsa e recitazione.

Non è da escludere quindi, a mio parere, un’ulteriore identificazione di Muta con Mània.

Come di certo avrai notato, sempre costante è il legame tra la dea e il mondo dell’aldilà!

 

Prima di proseguire, ti consiglio la lettura di un importante studio della studiosa Nicoletta Francesca Berrino dal titolo La loquacità di Tacita Muta e la “maena” di Ovidio (Fasti 2, 578), in cui potrai approfondire ancor di più quanto detto.

 

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Muta Tacita. Foto da romeandart.eu.
ANGERONA

Tre sono le interpretazioni date a questa divinità:

  1. guaritrice della malattia detta angina (letteralmente “angoscia”), da cui il nome.
  2. divinità dell’anno nuovo, infatti il nome deriverebbe da angerere (“sollevare”), in riferimento al levarsi del sole all’orizzonte dopo il solstizio d’inverno. Essa è da considerarsi, quindi, una divinità dell’anno nuovo venerata proprio il 21 dicembre, giorno del solstizio d’inverno.
  3. dea del silenzio. Questa interpretazione è supportata dall’iconografia: la dea è rappresentata come una donna con la bocca cucita o imbavagliata o con un dito sulle labbra, in atto di silenzio. Secondo quanto riportato dalla studiosa Ferrari, in riferimento a questa terza interpretazione della dea, essa era anche dea del segreto «in relazione al nome segreto della città di Roma e al nome della divinità protettrice della città: su entrambi i nomi infatti era convinzione che si dovesse mantenere il più assoluto riserbo, per evitare che i nemici potessero evocarli a sproposito danneggiando la città» (A. Ferrari, op. cit., p. 53).

A differenza di Muta, questa dea non era stata ridotta al silenzio, ma lo interpretava, se riferito ai silenziosi dolori psicologici della depressione (angina) e al dissimularli agli altri, o lo intimava, se riferito alla difesa del nome di Roma dai nemici o in generale al valore del silenzio e della riservatezza tanto caro ai Romani.

CULTO

Le sue feste, Divalia o Angeronalia, cadevano il 21 dicembre, giorno del solstizio d’inverno.

I sacerdoti immolavano una vittima e gli officianti offrivano doni.

Era un rito iniziatico, come suggerisce il giorno sacro, in cui si celebra la fine delle sofferenze, dell’oscurità, in favore della rinascita spirituale, come il sole che si leva all’orizzonte.

Il culto era praticato nel Sacellum Volupiae.

Ma cosa sappiamo di questo Sacello di Volupia?

La dea Volupia era la dea del piacere e probabilmente le due divinità erano collegate per via del piacere e del sollievo che i malati provavano una volta guariti dalla malattia grazie ad Angerona.

Famiano Nardini, nell’opera Roma antica, scrive:

 

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Famiano Nardini, Roma antica (1819), Libro VII, Capo III, p. 426.

Egli, quindi, afferma che il “rotondo Tempietto” si trovava sul lato occidentale del colle Palatino, verso il Velabro (la valle tra il Campidoglio e il Palatino stesso) e presso la porta Romanula, una delle quattro porte delle mura di Romolo che circondavano il colle e ormai perdute. Nello specifico lo colloca tra le odierne chiese di S. Anastasia e di S. Teodoro.

 

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Pianta del Palatino, in rosso il Tempio di Cibele. Foto da F. Coarelli, Roma, Guide Archeologiche Laterza, Roma 2001, pp. 154-155.
Se ci fai caso è proprio dove si colloca il Sacellum Larundae di cui abbiamo parlato prima!

→ Se vuoi approfondire la Porta Romanula, ti consiglio la lettura di Palatium: topografia storica del Palatino tra III sec. A.C. e I sec, Parte 3 di Claudia Cecamore, pp. 42-46.

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Angerona. Foto da certacaterina.iobloggo.com

 

***

Certo, per essere un articolo sul silenzio ho detto anche troppo! Shhh allora… e, in religioso silenzio, ti do appuntamento al prossimo post!

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5 commenti

    1. Gentilissimo Donato, non hai idea di quanto mi faccia piacere leggere questo tuo commento! Ammetto che il dubbio di eccedere nello scrivere mi assale tutte le volte, soprattutto quando ritengo giusto fare approfondimenti sui termini archeologici di non facile comprensione, sui miti e culti collegati all’argomento trattato o quando inserisco tutti i link per approfondire qualcosa anche fuori da questo blog. Poi però penso che sia meglio scrivere di più ma creando un articolo chiaro ed esaustivo, che sintetico ma da leggere con un dizionario di termini archeologici o di mitologia accanto. Ovviamente il tutto con una buona dose di speranza nel non annoiare… Grazie davvero, è importante per me questo tuo commento… Speriamo di essere all’altezza anche in futuro! A presto, A.

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